lunedì 23 gennaio 2017

Playhat: un progetto made in Italy da sostenere

Ci sono mail che arrivano e capisci subito quanto debbano essere lette con attenzione.

No, nessun progetto, nessun collaborazione, nessuna retribuzione.

Era una lettera che chiedeva solo sensibilità: per decine di posti di lavoro a rischio, per l'idea di un creativo che rischiava (rischia) di naufragare, per un sogno che potrebbe non essere più alimentato da nessuno.

Playhat mi ha chiesto una mano: una richiesta di condivisione e di diffusione.
E io, da blogger, ritengo sia un dovere, un piacere e un onore poter pensare di fare qualcosa per loro.

È un'idea semplice quella di Matteo Marziali, ma è raffinata, di qualità e pensata con amore per la tradizione.
Matteo e la sua crew hanno realizzato un bellissimo video in cui tutta la passione per il suo lavoro, insieme alla sua grande competenza, sono tangibili, il processo creativo illuminante quanto lineare. 

L'idea, il disegno, la scelta del pellame, la realizzazione. Quante mani lo hanno aiutato a rendere vivo quello che inizialmente era solo un disegno?




Playhat nasce nel cuore del distretto calzaturiero marchigiano, potendo così diventare un prodotto di manifattura artigiano-locale di altissima qualità, ma allo stesso tempo internazionale, anticonformista e versatile, rivolto alle esigenze di chi vuole essere cool senza dimenticare il benessere dei propri piedi ed il pregio di un prodotto 100% italiano. 
Playhat propone una collezione di sneakers fuori dal coro, con un carattere deciso e distintivo nel suo genere. La cura del dettaglio, la scelta di materiali eccellenti e la continua ricerca di modelli originali hanno dato vita ad una collezione che riesce a soddisfare il gusto esigente e fashion dei suoi clienti.

Continuare a produrre scarpe in Italia, oggi, sembra quasi un'ostinazione suicida, ma a me gli ostinati piacciono, se sono sognatori ancora di più.

L'azienda Playhat ha bisogno del contributo di tutti noi. Lo chiede su KickStarter una piattaforma di Crowd Funding utile e intelligente.

Vi va di dare il vostro contributo per aiutarli a raggiungere i 37.000€ di cui hanno bisogno? Basta poco e se volete dare di più di poco, avrete in cambio un bellissimo paio di scarpe Playhat.

Intanto guardate cosa realizza Matteo :) Poi donate qui e... grazie, anche solo per aver ascoltato.

martedì 17 gennaio 2017

Per te

20 anni. Ne avevi solo 20 Vicky.

"Il 2016 si conclude nel peggiore dei modi - hanno detto in tanti su queste bacheche - è morto anche George Michael, che tragedia".

Ma chi diavolo lo conosceva George Michael, chi mai gli aveva stretto la mano o aveva ascoltato i suoi sogni, le sue paure, le sue preoccupazioni?

Io, invece, ti conoscevo Vicky e cercavo di mantenere con te il giusto distacco, anche se non perdevi occasione di chiamarmi "tesoro"; cercavo di ribadire con forza il fatto che non fossimo amiche, ma che io fossi la tua insegnante, anche se il tuo affetto e il tuo bisogno di vicinanza erano travolgenti. Anche se mi commuovevo con te, sognavo con te e speravo con te.

E ti volevo bene, ma tanto, anche se non te lo potevo dire, anche se mi arrabbiavo perché non mi ascoltavi, perché ti distraevi.

La tua testa.

Era sempre a fare grandi sogni, talmente tanto in volo da non riuscire a starle accanto. E sí che io di voli ne faccio.

Fra i miei amici di Facebook, ti conoscono in tanti.
290 per la precisione. Ti facevi sentire tu, con tutti. Volevi esserci, volevi riuscire, volevi fare la giornalista di moda, volevi un'opportunità.
Ed eri così giovane che ce la potevi fare. Potevi fare tutto quello che volevi.

Qui, fra i miei amici, sei a casa.

Piccola grande Vicky, oggi mi lasci un vuoto che tu, forse, non avresti mai immaginato.

E allora lo grido qui, perché non posso più dirtelo: tu mi hai insegnato più di quanto io abbia provato a insegnare a te e ti voglio bene.
Da morire.

Non ho fatto in tempo a prendere il regalo di Natale che mi avevi fatto, ma ho con me il regalo che, in silenzio, hai voluto fare a mio figlio.

Gli racconterò chi eri, Vicky, gli racconterò la tua bellissima favola, quelle che ti piacevano tanto.
Non è giusto.
Ti voglio bene.


martedì 10 gennaio 2017

Da quando sono mamma

Da quando sono mamma, mi sembra che la vita sia piena, intera, completa. Bellissima.

I miei sogni non sono cambiati. Si sono spaventati un po', ma non si sono mai ritratti.

E anche se il tempo sembra non bastare più,

anche se parlo con mio marito quasi solo al telefono mentre entrambi siamo in macchina diretti verso il nostro ufficio, perché a casa il nostro ometto si tuffa dentro ogni nostra parola e quindi è l'unico momento che ci rimane per scambiarci anche solo informazioni di servizio,

anche se lavoro ad ogni suo sonnellino invece di rilassarmi,

anche se non ho il tempo per andare in palestra (e sono io a non volermelo concedere),

anche se non mi allontano mai da lui senza sensi di colpa,

anche se rimango sveglia quando ho sonno,

anche se non mi permette di provare più di un paio di scarpe in negozio,

lui è la cosa più bella di questa vita.

E anche se non saprei dove sbattere la testa se mai ne arrivasse un altro, ne farei altri tre.


A volte mi lamento, un poco, lo ammetto. Come ieri, a fine giornata.
Ma ieri, mentre stavo per dire a me stessa di essere troppo stanca, mi sono imbattuta in una poesia.

In realtà è un post che ha fatto letteralmente il giro del web scritto da una splendida mamma blogger che non conoscevo: lei è Silvana Santo e il suo blog si chiama "Una mamma green".

Le sue parole mi hanno fatto dire che non c'era tempo di desiderare riposo e mi hanno convinta, dopo avermi commossa, a non sentire più la stanchezza, l'impazienza di alcuni momenti, la distrazione di altri. Perché il tempo scorre sempre più veloce di quanto vorremmo e solo oggi, dopo due anni, sento davvero mia la frase che tutti mi hanno sempre ripetuto sin dalla nascita del mio ometto "ti mancheranno quei momenti, goditeli finché ci sono".

Dopo aver letto questa poesia ed essermi riconosciuta come figlia e come madre, non ho tempo di essere stanca per mio figlio. Non voglio esserlo più.

Ascoltate:
Il tempo, inesorabilmente, svuoterà gli occhi dei miei figli, che ora traboccano di un amore poderoso e incontenibile. Toglierà dalle loro labbra il mio nome urlato, cantato, sillabato e pianto cento, mille volte al giorno. Cancellerà – un po’ alla volta oppure all’improvviso – la familiarità della loro pelle con la mia, la confidenza assoluta che ci rende praticamente un corpo solo. Con lo stesso odore, abituati a mescolare i nostri umori, lo spazio, l’aria da respirare. Subentreranno, a separarci per sempre, il pudore, il giudizio, la vergogna. La consapevolezza adulta delle nostre differenze. 
Come un fiume che scava l’arenaria, il tempo minerà la fiducia che mi rende ai loro occhi onnipotente. Capace di fermare il vento e calmare il mare. Riparare l’irreparabile, guarire l’insanabile, resuscitare dalla morte. 
Smetteranno di chiedermi aiuto, perché avranno smesso di credere che io possa in ogni caso salvarli. Smetteranno di imitarmi, perché non vorranno diventare troppo simili a me. Smetteranno di preferire la mia compagnia a quella di chiunque altro, e guai se questo non dovesse accadere. 
Sbiadiranno le passioni – la rabbia e la gelosia, l’amore e la paura. Si spegneranno gli echi delle risate e delle canzoni, le ninne nanne e i C’era una volta termineranno di risuonare nel buio. 
Con il tempo, i miei figli scopriranno che ho molti difetti, e, se sarò fortunata, ne perdoneranno qualcuno. 
Saggio e cinico, il tempo porterà con sé l’oblio. Dimenticheranno, anche se io non dimenticherò. Il solletico e gli inseguimenti (“Mamma, ti prendo io!”), i baci sulle palpebre e il pianto che immediato ammutolisce con un abbraccio. I viaggi e i giochi, le passeggiate e le febbri alte. I balli, le torte, le carezze mentre si addormentano piano. 
I miei figli dimenticheranno. Dimenticheranno che li ho allattati e cullati per ore, portati in fascia e tenuti per mano. Che li ho imboccati e consolati e sollevati dopo cento cadute. Dimenticheranno di aver dormito sul mio petto di giorno e di notte, che c’è stato un tempo in cui hanno avuto bisogno di me quanto dell’aria che respirano. 
Dimenticheranno, perché è questo che fanno i figli, perché è questo che il tempo pretende. 
E io, io, dovrò imparare a ricordare tutto anche per loro, con tenerezza e senza rimpianto. Gratuitamente. Purché il tempo, sornione e indifferente, sia gentile abbastanza con questa madre che non vuole dimenticare.

Leggete l'intero post di Silvana "I miei figli dimenticheranno", leggete tutto di lei. Merita davvero.



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